Dalla relazione annuale della Consob, relativamente al rapporto intermediari e famiglie e il servizio di consulenza, emergono i seguenti dati.

La famiglia italiana detiene prevalentemente i suoi investimenti in depositi, risparmio postale e titoli di Stato. Detto ciò la diversificazione dei portafogli risulta spesso inesistente.
Le evidenze sul servizio di consulenza ne confermano la scarsa diffusione presso gli investitori retail.
In particolare rimane bassa la quota di famiglie che ricevono proposte di investimento personalizzate dal proprio consulente finanziario.
Sulla base dei dati della GfK Eurisko, a dicembre 2011 la percentuale di investitori retail che ricevono proposte di investimento personalizzate e riferite a uno specifico strumento finanziario (cosiddetta ‘consulenza Mifid’) si attestava intorno all’8 per cento circa, valore sostanzialmente stabile rispetto a quello rilevato a fine 2010 e inferiore al dato del 2008, successivo al default di Lehman, quando aveva raggiunto il 10 per cento circa (Fig. 93). È rimasta stabile, al 49 per cento circa, la quota di famiglie che dichiarano di avere un consulente di fiducia dal quale, tuttavia, non ricevono proposte di investimento (‘consulenza passiva’). La cosiddetta ‘consulenza generica’, corrispondente a proposte di investimento che non si riferiscono a uno specifico strumento finanziario, è risultata in lieve riduzione (16,9 per cento a dicembre 2011 contro 17,8 per cento a dicembre 2010). Infine rimane stabile al 25 per cento la percentuale di investitori retail che dichiarano di decidere senza alcun supporto da parte degli intermediari finanziari (‘nessuna consulenza’). Le famiglie che ricevono proposte di investimento su iniziativa dell’intermediario rappresentano il 40 per cento circa sul totale delle famiglie che ricevono servizi di consulenza Mifid; solo il 4 per cento dichiara di ricevere una proposta di nvestimento a seguito di una sua specifica richiesta; il 56 per cento circa non ricorda oppure non risponde.
Il servizio di consulenza Mifid è ancora inesistente e, prevale, una tipologia di consulenza definita “generica” o “passiva”. Spesso non si riesce a distinguere le modalità con la quale ricevono il servizio.
La scarsa diffusione del servizio di consulenza è spiegato da vari fattori, tra i quali il livello di istruzione (inteso come proxy del livello di educazione finanziaria), la percezione di conflitti di interesse e il grado di soddisfazione per il servizio ricevuto giocano un ruolo importante.
Una maggiore istruzione si associa a una maggiore propensione a detenere strumenti rischiosi e a investire con il supporto di un intermediario (Fig. 95). La distribuzione delle famiglie per tipologia di consulenza e grado di istruzione pone in luce che la percentuale di investitori retail che usufruiscono del servizio di consulenza Mifid è maggiore per i soggetti laureati (15 per cento circa a dicembre 2011 e a dicembre 2007) rispetto ai soggetti con titolo di studio inferiore (8 per cento alla fine del 2011, in calo di quasi 2 punti percentuali rispetto al 2007).
Rispetto al 2010 è cresciuta la quota di famiglie che ricevono il servizio di consulenza Mifid e che percepiscono conflitti di interesse (19 per cento a dicembre 2011 contro il 14 per cento circa a dicembre 2010), così come continua ad aumentare la percentuale di investitori che dichiarano un basso livello di soddisfazione per il servizio di consulenza Mifid (dal 16 al 27 per cento; Fig. 96).
Il fatto che gli investitori dichiarino un basso livello di soddisfazione, a mio avviso, consiste anche nel fatto che spesso non ne riescano a distinguere le modalità con cui ricevono questo servizio. La strada da fare è ancora molta; ripeto spesso che “anche un viaggio di mille miglia inizia sempre con un passo… “.
Questo per dire che se mai mi affido a chi ha intrapreso il “viaggio” della consulenza mai potrò percepirne i benefici.
Fonte: relazione annuale Consob – Elaborazione dati Gfk Eurisko su un campione di circa 2500 famiglie italiane.
RIPRODUZIONE RISERVATA
